Lo Specchio Nero Azteco del Dr. John Dee


Horace Walpole ha inventato il romanzo “horror” (o “gotico” come si diceva nell’ottocento), quando scrisse il cupo e intricato “Il Castello di Otranto” che diede la stura a un genere letterario che tra Frankenstein, Dracula e Golem fece gran successo nell’800 e proseguì con Lovecraft e Stephen King fino ai giorni nostri.
E’ inoltre, grazie al suo immenso epistolario, pieno di deliziose e superficiali considerazioni su tutti i campi del sapere e dell’arte, il padre del “forumismo generalista” pur se fatto con i mezzi epistolari dell’epoca, anziché digitali.
Infine, ha inventato la serendipity; una parola intraducibile in italiano che indica la sensazione che si prova quando si scopre una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra.
E appunto per un colpo di serendipity – ero in missione al British Museum per conto di Esoterismo, ma stavo cercando il Teschio di Cristallo – ho scoperto che Horace Walpole era anche un collezionista di oggetti esoterici.
Sono infatti di suo pugno le note scritte sulla custodia del misterioso specchio di ossidiana nera che faceva parte della sua collezione esoterica, finita oggi in una vetrina un po’ nascosta del British Museum.



Lì si legge che lo Specchio Nero era appartenuto al Dr. John Dee, matematico, geografo, alchimista, astrologo, astronomo, navigatore e occultista, presso la corte della regina Elisabetta I.
Secondo la didascalia del Museo, il misterioso Specchio Nero Azteco serviva a Dr. John Dee per evocare gli spiriti:



Ho trovato poi, esposto in una grande sala, anche il ben più famoso “Teschio di Cristallo” che tuttavia è stato declassato a manufatto ottocentesco e la sua origine azteca riconosciuta come falsa.
Ma, probabilmente, utilizzando l’autenticamente azteco “Specchio Nero” di John Dee e Horace Walpole, si potrebbe tentare di evocare un Teschio di Cristallo davvero azteco, per la gioia di Indiana Jones…

Copriti bene che lì fa sempre un freddo cane e piove sempre


All’ultimo momento, visto che le previsioni meteo non erano poi tanto male, ho lasciato a casa il piumino e mi sono accontentato del giubbotto impermeabile, un K-way, un buon numero di maglioni e per ulteriore sicurezza un ombrello, attrezzo a detta di tutti indispensabile per Londra.
E così mi sono trovato venerdì pomeriggio alle sei e venti di o’ cloccke – come dicono a Broccolino – con tutti questi attrezzi in braccio e un caldo bestiale.



a Trafalgar Square, con tutta quella gente sbracciata ho cominciato a maledire l’assenza delle t-shirt nel mio bagaglio.



Quindi di corsa a Camden Town per fare rifornimento di t-shirt che fortunatamente non mancavano.



e sabato la passeggiata a piedi nudi nel Regent’s Park è stata sopportabile.



Oggi, tanto per cambiare, il cielo è più azzurro della pittura del Tower Bridge



E domani, anche se piove, me ne starò l’intero giorno al British Museum e poi me ne torno a casa che magari trovo la nebbia.

Serpeggiando sen va di Como il Lago


Fra due catene di continui monti
Serpeggiando sen va di Como il Lago,
Di suo limpido umor perenni fonti;
A renderne l’ aspetto ancor più vago,
In esso, come speglio rilucente,
Capovolta riflettono l’imago.


Nel 1827, dopo aver dato alle stampe con grande successo la prima edizione dei “Promessi Sposi”, il Conte Alessandro Manzoni si recò all’estero, a Firenze.
Come è noto, voleva ripulire il suo romanzo dalle forme dialettali lombarde, “sciacquando i panni in Arno”, per farne il primo vero esempio di prosa “italiana”, così come la “Divina Commedia” ne era stata il primo esempio di poesia.
Alla fine di quell’anno era già membro dell’Accademia della Crusca e forse ebbe modo di conoscere un suo grande ammiratore, l’avvocato in pensione Lorenzo del Nobolo, che era vicepresidente dell’Accadema Valdarnese di Montevarchi.
Quest’ultimo, entusiasta del romanzo, provvide a farne una sciacquatura tutta sua, non contentandosi della purezza della lingua toscana ma aggiungendovi verso e rima di stampo dantesco.
Così, ben prima delle edizioni manzoniane del ’40/42 che abbiamo tutti letto a scuola,nacquero…



In dodici canti di terzine in stile dantesco, il Nobolo ripercorre gli eventi del romanzo, dall’incontro dei “bravi” con Don Abbondio fino alla felice conclusione degli eventi.
Se fosse stato più bravo di Dante e del Manzoni, invece della Divina Commedia e dei Promessi Sposi,adesso a scuola si studierebbe solo il poema di Del Nobolo: ma così, evidentemente non è; probabilmente perché c’è molta più poesia nella prosa del Manzoni e più dramma e avventura nella poesia di Dante, il povero avvocato risulta ormai un carneade, più di Carneade ormai reso famoso dal Manzoni.
Comunque, giudicate voi stessi:







Ai miei tempi l’Addio ai monti si imparava a memoria, come le poesie: è certo che allora avrei votato per il Del Nobolo che con sette terzine me la cavavo egregiamente(1).




(1) Anacoluto intenzionale a imitazione del manzonismo degli stenterelli.

L’enigma del Fienile Protestante


Dopo essere apparso un paio d’anni fa, non senza polemiche, a una mostra del Museo Civico di Recanati, rieccolo a Palazzo Panciatichi, a Firenze.
E’ l’ennesimo Van Gogh ritrovato e per di più si tratterebbe dell’ultima opera del grande pittore olandese, dipinta poco prima del suicidio a Auvers-sur-Oise.



Già allora il critico d’arte Antonio De Robertis lo smontò piuttosto sbrigativamente: “A mio avviso il quadro di Recanati è un falso costruito non senza una certa abilità depistatoria.Il falsario è partito dal disegno originario,denominato FIENILE PROTESTANTE,eseguito da Van Gogh a Etten nel giugno del 1881,prendendovi soprattutto la forma del tetto di paglia e contaminandolo con la parte del fienile in primo piano del quadro eseguito dal dott. Gachet con lo pseudonimo di Louis Van Ryssel nel 1904, rappresentante il luogo esatto dove Van Gogh si sarebbe sparato un colpo di pistola,che si trova dietro il castello di Auvers. Da qui è spiegabile l’ostinazione di chi presenta il quadro nel sostenere che quello rappresentato sarebbe il fienile dove è avvenuto il fatto.Ma ad Auvers sur Oise non esiste quello scorcio della casa/chiesa col campanile protestante,ma solo la parte anteriore tratta dal quadro del dott.Gachet.“.

Si tratterebbe dunque di un clamoroso falso, cosa non nuova nei dintorni di Vincent.
Ma lo storico dell’arte Stefano Masi, che ne sponsorizza l’autenticità, gioca ora una carta che sembrerebbe tagliare la testa al toro: sul quadro sono stati rilevati un capello e tracce ematiche appartenenti a Van Gogh.
Oltre a confermare l’autenticità del quadro, questa clamorosa rivelazione svela, finalmente, anche le ragioni del suicidio dello sfortunato pittore.
Al padrone della locanda, che lo trovò quella sera morente nella sua cameretta, Van Gogh confessò di essersi sparato un colpo di rivoltella al petto, in un campo vicino; altri studiosi sostennero che gli avevano sparato dei ragazzi che giocavano con una pistola e che lui volle scagionare autoaccusandosi.
Ma ora è chiaro cos’è accaduto in quel tragico pomeriggio fra i campi: appena terminato il quadro del Fienile Protestante, Vincent Van Gogh si è sparato il colpo che lo ha portato alla morte, imbrattando del suo sangue il suo ultimo dipinto.
E lo ha fatto per una atroce quanto evidente ragione: si era accorto di aver dipinto un falso Van Gogh!

Hai studiato la poesia?


– Hai studiato la poesia? –
Era la terribile domanda della domenica pomeriggio: se non la sapevi ridire bene, niente cinema o pallone ma “Silvia rimembri ancora” o “L’albero a cui tendevi“.
Sevizie d’altri tempi, il dover mandare a mente le poesie: ma, a parziale riscatto di quegli antichi metodi didattici, ecco qui un gioco che consentirà di brillare proprio grazie a quegli sforzi mnemonici del tempo che fu.
L’ho chiamato appunto “Hai studiato la poesia?” ed è rivolto a un esclusivo pubblico di eruditi accademici o antichi studenti di poesie a memoria.
E non si speri di poter chiedere aiuto a Google per avere un posto al sole in classifica…
Per cimentarsi, cliccare su questo link: Hai studiato la poesia?

La Voce di Dio


Se, come si legge nel Vangelo di Giovanni, “In principio era il Verbo” quello che pare abbiano ascoltato in Antartide i ricercatori dell’esperimento BICEP (Background Imaging of Cosmic Extragalactic Polarization) deve essere proprio quel verbo.
I primi vagiti dell’universo, voce del verbo “essere”, declinata dalle sfuggenti onde gravitazionali che avrebbero trovata conferma sperimentale cento anni dopo la loro previsione da parte di Einstein.
La cosa non è ancora certa: è annunciata per domani una importante conferenza stampa all’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics e i rumors sembrano indicare che si tratti proprio della scoperta del secolo.
E se il primo vagito dell’universo non sarà un verbo come pretendeva Giovanni, sarà di sicuro un aggettivo o un sostantivo, tipo “Big” e “Bang”.

Scienziati in trepidazione: hanno ascoltato i primi vagiti dell’Universo? – Repubblica.it

200 personaggi in cerca di autore




Non esistono grandi romanzi senza grandi personaggi: in questo personalissimo vademecum Fabio Stassi (“Holden, Lolita, Zivago e gli altri”, minimumfax, 2010) ha creato duecento ritratti di protagonisti e comprimari dei migliori romanzi italiani e stranieri del secondo Novecento: ciascuno si presenta al lettore in prima persona, rituffandolo nelle pagine che ha già conosciuto e amato e invitandolo a scoprirne di nuove.
Questa versione online è in forma di quiz e consente di misurare la propria capacità di riconoscere gli autori dei personaggi descritti

Da libri che datano dal 1946 fino alla fine del millennio, balzano fuori, presentandosi in prima persona, 200 grandi personaggi.
Si tratta di trovare il loro autore: per alcuni – pochi credo – basterà la prima riga della presentazione; per altri – non tanti di più, se non si è davvero dei lettori “fortissimi” – bisognerà leggere e ponderare l’intera pagina di presentazione. Forse parecchi di più, specie quelli che seminano indizi precisi, potranno essere identificati gugglando: ma trovarli tutti, google o non google, non credo sia facile come può sembrare, ovviamente senza avere alla mano il bel libro di Stassi.
Per partecipare basta andare qui: Duecento personaggi in cerca d’autore

Piccola Bottega degli Orrori


Non tutti possono permettersi di avere per mano un teschio brillantato di Damien Hirst o uno dei Teschi di Cristallo precolombiani, veri o falsi che siano.
Però qualche piccolo orrore col volto della morte l’ho collezionato anch’io; e quello che ho ereditato da poco mi ha pure riservato una sorpresa inaspettata.

Il primo teschio della serie è una “vanitas” di mano non eccelsa e di epoca non troppo antica che tuttavia, grazie a una cornice di ottima fattura ebanistica fa la sua notevole e orrenda figura:





Erede di una tradizione pittorica nata col la peste che attraversò l’Europa nel XVII secolo, la “vanitas” (che deve il suo nome al noto passo biblico dell’Ecclesiaste) è una natura morta finalizzata a ricordare l’inesorabile scorrere del tempo che ci porta alla fine: teschi, candele, carte da gioco, orologi e clessidre, ecc.


Molto più inquietante, specie nella foto che non permette di valutarne le piccole dimensioni, è questo teschio in avorio, privo della mandibola, forse parte di un piccolo scheletro snodato.





Lo sguardo maligno che pare uscire dalle vuote cavità oculari e l’innaturale mancanza della mandibola lo fanno forse rassomigliare a un incubo alieno di Hans Ruedi Giger piuttosto che al familiare contenitore della nostra mente.


Mi risulta viceversa più incomprensibile la ragione che ha condotto un paziente artigiano a intagliare e rifinire questa simpatica cassa da morto:





Anche se già sufficientemente evocativa della Falciatrice, il suddetto artigiano ha pure voluto completare il lavoro intagliando nel legno, all’interno il suo ovvio contenuto:





Infine, piuttosto in alto, non troppo in evidenza, è sempre stato appeso al muro della casa dei miei questo “Trionfo della Morte”, con un teschio al centro di una ricca ghirlanda dorata.





E’ questo che intendevo, quando ho parlato di sorpresa inaspettata: quando l’ho preso giù dal muro, mi sono accorto che si tratta di due cose distinte e messe insieme dal gusto un po’ macabro di mio padre.
Il teschio, in terracotta, non ha nulla da spartire con la cornice ottocentesca in cui è stato incastonato, anche se, come si vedrà, anch’esso è sicuramente databile agli anni centrali dell’800.





Infatti, come denunciano i numeri che si vedono a istoriarne le diverse aree, il teschio è evidentemente un oggetto didattico figlio di quella teoria ideata e propagandata dal medico tedesco Franz Joseph Gall (1758 – 1828) che tanto successo ebbe nel corso del XIX secolo, la Frenologia.





Sebbene bollata come pseudoscienza e pressoché scomparsa prima del volgere del secolo, la frenologia, secondo la quale le singole funzioni psichiche dipenderebbero da particolari zone o “regioni” del cervello, è in qualche modo confermata dai recenti studi che analizzando l’attività cerebrale con la tomografia ad emissione di positroni, sono in grado di stabilire che effettivamente determinate funzioni cerebrali risiedono in zone specifiche del cervello, come sosteneva appunto la frenologia.
Un’accurata ricerca in questo campo potrebbe presto condurre ad identificare la zona del cervello che presiede alla infelicità e magari, con un colpetto di martello ben assestato nella zona giusta, rendere felice il soggetto trattato; rimarrebbero tuttavia esclusi da questa panacea universale i non pochi soggetti, tanto frequenti su questi forum, per i quali, all’interno del cranio, è impossibile individuare qualsiasi traccia di sostanza cerebrale…

Pesanti effetti collaterali della Poesia Dorsale


Non è facile impilare (cfr. http://forum.termometropolitico.it/25021-perche-non-provate-anche-voi.html) un componimento sensato usando solo i dorsi dei libri che si hanno in biblioteca; anche avendone tanti, anche ricorrendo alle ardite ellissi e ai voli pindarici che la poesia consente.
Occorre infatti dare fondo ai più reconditi e polverosi anfratti degli scaffali e ripassarsi anche quelli disposti in seconda fila perché provenienti dall’eredità della vecchia zia.
E così, per comporre una ignobile “Tragedia in sei battute” ad imitazione di quelle “in due battute” di Achille Campanile (in appendice a questo sproloquio ne riporto una, “Perché?”, titolo breve e interrogativo, molto pertinente a ciò che sto per raccontare), sono incappato in una vergognosa disavventura.
Proprio dalla seconda fila dello scaffale della vecchia zia, ho trionfalmente estratto il titolo che cercavo, ottimo e commendevole per una delle sei battute che mi servivano: “Quale?”.
Già mentre componevo la pila per la fotografia d’obbligo, un sottile tarlo ha iniziato a rodermi la mente.
“Quale?”, che strano titolo… “Quale?” cosa?, “Quale?” chi?
Dicono che la curiosità sia femmina, non credeteci; per di più, il libretto rilegato in tela blu, del 1941, pareva deltutto inoffensivo: e per venire a capo del tarlo e della curiosità, mi sono risoluto a leggerne almeno le prime pagine.

– Shirley, che c’è? Che cosa fanno qui queste due bambine? E chi era quell’individuo che è uscito senza salutare?
– Non lo so, mylord, sono dispiacentissimo…


Lo so, alla scoperta che Shirley era un uomo e soprattutto all’entrata in scena del mylord avrei dovuto correre a riporre il libretto nel suo buio scaffale.
Sono un debole, non l’ho fatto.
Ho continuato a leggere fino alla fine del volume e, vergogna delle vergogne, sono andato a cercare anche il seguito (le disgrazie non vengono mai sole, infatti questa era in due volumi e il primo finiva sul più – diciamo così – bello).
Insomma, per colpa della Poesia Dorsale, mi sono bevuto un intero doppio romanzo rosa di M. Delly, narrante di come la scontrosa orfanella italiana, Orietta, faccia innamorare di se (ricambiandolo) l’altezzoso Lord di Shesbury, dopo le inevitabili peripezie del caso, che se ne facevano venti “Orgoglio e Pregiudizio”, scusate l’anacoluto.
Racconto questa triste vicenda per due ragioni: prima di tutto per espiare la vergogna del fatto e poi per mettere in guardia gli incauti partecipanti a questo innocente gioco online.
Se vi capitasse in mano un libro come questo, dal titolo accattivante ma sconosciuto, impilatelo, fotografatelo e riponetelo immediatamente; mi raccomando, NON APRITE QUELLA PAGINA.
L’unico lato positivo della vicenda è che adesso so “Quale?” (tra le due bambine) e perché Orietta Berti (1945) è stata battezzata così.




Appendice:


PERCHÉ? (Tragedia in due battute di Achille Campanile)


Personaggi :
IL VECCHIO CENCIOSO
IL PASSANTE

In una strada, ai giorni nostri.
All’alzarsi del sipario IL VECCHIO CENCIOSO va raccogliendo mozziconi di sigari sul
selciato.


IL PASSANTE: Ma perché andate raccogliendo mozziconi per la strada?

IL CENCIOSO: Caro signore, sigari interi non mi riesce di trovarne.


(Sipario)

Dallas Buyers Club


Dopo un’ora che lo stavo vedendo mi chiedevo “ma quando salta fuori Matthew McConaughey?” poi ho realizzato che quello scheletrito texano che avevo sotto gli occhi dall’inizio del film era lui.
Vabbè, forse non sono fisionomista, però nemmeno nel cameo fatto nel “Lupo di Wall Street” vicino a Di Caprio l’avevo riconosciuto (di Caprio sì, subito).
Comunque era dai tempi del Robert de Niro di “Toro Scatenato” che non vedevo un attore trasformarsi in maniera così totale.
Secondo me gli danno l’Oscar come miglior attore e anche quello per gli effetti speciali.