Non lo sapevi che c’era la morte

Non lo sapevi che c’era la morte?
Quando si è giovani è strano
poter pensare che la nostra sorte
venga e ci prenda per mano.

Nessuno pensa alla morte, che vita sarebbe, se fosse il nostro pensiero dominante?
Succede però di doverla incontrare ogni tanto; se non è per qualche doloroso evento che ci tocca da vicino, bastano notizie come quelle che si leggono ogni giorno o il pensiero di un vecchio genitore per farci riflettere, almeno per un attimo, che così va la vita: accompagnata alla morte.
Oppure la si incrocia per caso, come mi è successo qualche tempo fa, proprio dove non te l’aspetteresti.

In Italia, non si possono fare cento metri senza inciampare in una meraviglia storica o geografica, spesso del tutto ignota anche a chi ci vive a due passi.
E così, una mattina, dovendo accompagnare il figlio a una partita di calcio nella bassa ferrarese, vicino a Portomaggiore, ho sbagliato strada e sono incappato in un piccolo segnale turistico che indicava “Delizia del Verginese”.
Nome già di per sé affascinante, ma ancora di più perché ignoto, non avendo per mano Google per capire di che si potesse trattare.
Poiché il calcio – almeno io – lo trovo più noioso del latino e della tv, ho scaricato il figlio al campetto poco lontano e sono tornato indietro, alla cerca di questa “Delizia del Verginese”.
Eccola qui, è una villa principesca che Alfonso I d’Este regalò nel 1534 alla sua amante, o forse anche ultima moglie, sposata in punto di morte, Laura Dianti.

La quale Laura doveva essere, oltre che bella, anche assai tosta: basti pensare era la figlia di un modesto artigiano che faceva cappelli e arrivò a sostiture nel cuore del duca d’Este un’altra tipina tutto pepe e veleno come Lucrezia Borgia.
E si faceva fare i ritratti da Tiziano Vecellio, tanto per dire:

La sua piccola reggia privata era appunto la “Delizia del Verginese” con le sue quattro torri merlate e la grande Colombaia, in fondo a un viale di melograni ancora ingialliti dal freddo inverno.
Sotto l’arco della Colombaia, non è difficile immaginare la bella Laura che siede rimirando la Delizia donata dal suo innamorato, fra il fruscio delle ali dei colombi.

Un piccolo paradiso, che profuma ancora di incontri amorosi e feste scintillanti; ma lunga e diritta corre la strada, dalla Colombaia alla Delizia; e non lo sapevo che c’era la Morte, là in fondo, che mi aspettava.

Qualche anno fa, poco lontano dalla Delizia, un aratro, incocciando in una stele funebre romana, ha consentito il ritrovamento di un insieme di tombe di epoca imperiale, della famiglia dei Ladieni, con un ricchissimo corredo funebre.
Questo ritrovamento era l’oggetto della mostra, contenuta all’interno della Delizia, che ho percorso, solitario ed unico visitatore della domenica mattina, per il tempo di una partita di calcio.
Qui ho incontrato gli occhi spenti di Gaio Vegeto, un bambino romano della famiglia dei Ladieni, con una bella, dolente iscrizione funebre, rivolta proprio al viaggiatore che l’avrebbe guardata nei secoli a venire:

Quot patri facere debuit filius, mors inmatura fecit ut faceret parens.
Luctibus expositis monimentum, hospes, compositum nati quod dedit ipse pater

Quel che il figlio avrebbe dovuto fare al padre, l’immatura morte fece sì che lo facesse il genitore.
Viaggiatore, osserva addobbato con i segni esposti del lutto il monumento sepolcrale del figlio
che il padre stesso dovette fare.

Questa bella epigrafe mi ha fatto fare una piccola riflessione sulla morte; e proprio sulla morte dei vecchi genitori: quando li accompagniamo alla fine del loro viaggio, è una consolazione almeno quella di aver risparmiato loro il dolore di seppellire un figlio, come dovette fare il padre di Gaio Vegeto.

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