Mentre attraversavo Stamford Bridge

Mentre rileggevo “Ivanhoe” in una edizione ottocentesca stampata quando Walter Scott era ancora vivo, mi sono imbattuto nella storia della morte di Harald Hardråde, lo Spietato, che finisce appunto sulla collina di Stamford Bridge, alla fine di settembre del 1066.

Scott la riassume molto sinteticamente, mettendola in bocca a Cedric quando ricorda ad Atelstano il valore del suo regale progenitore sassone Aroldo, ma vale la pena di raccontarla un po’ per esteso, con l’aiuto delle saghe islandesi.
A 15 anni lo Spietato combatteva insieme al fratello, Re Olaf II di Norvegia, nella battaglia di Stiklestad; dopo la sconfitta del fratello fuggì a Kiev con un manipolo di vichinghi, al servizio di Yaroslav il Saggio; qualche anno dopo, col suo gruppo di guerrieri, i Variaghi, è a Costantinopoli, al servizio dell’imperatrice Zoe e combatte fino in Nord Africa e in Sicilia, accumulando immense ricchezze; nel 1045 torna in Norvegia ed in breve riconquista il regno; non gli basta la Norvegia, vuole anche l’Inghilterra: ed eccolo invadere l’Inghilterra, nel 1066, attestandosi a Stamford Bridge, con la scusa di accompagnare Tostig, il fratello del re Aroldo, a riprendersi il regno.
Così ce la racconta Snorri Sturluson, nella “Saga di Re Harald”.

Sopra la collina, in formazione circolare, sta l’esercito del Conte Tostig, figlio di Godwin; vicino a lui, torreggia il suo alleato Harald Hardråde, re di Norvegia.
Più sotto, il fiume alle spalle, le truppe del re d’Inghilterra, Aroldo, figlio di Godwin, fratello di Tostig.
Un cavaliere vestito di ferro, con una faretra in cui brilla una freccia dalla punta d’oro, si stacca dall’esercito inglese e si avvicina al nemico.
«È qui il Conte Tostig, figlio di Godwin?» chiede a voce alta.
«Non nego d’esser qui» risponde Tostig.
«Se sei il Conte Tostig, sappi che tuo fratello ti offre il perdono, la sua amicizia e la terza parte della terra inglese, purché tu torni in pace».
«Se accetto, cosa darà il re al mio alleato Harald Hardråde?».
«Il re ha pensato anche a lui: gli darà sei piedi di terra inglese. E se è davvero così alto come dicono, anche sette piedi».
«Rispondi al tuo re che si prepari alla battaglia. Non lascerò che i Vichinghi dicano che il Conte Tostig ha tradito il loro re».
Il cavaliere dalla freccia d’oro torna indietro.
Harald Hardråde lo guarda allontanarsi, pensoso.
«Chi era» chiede a Tostig «quel cavaliere che ha parlato con tanta fierezza?».
«Era mio fratello, Aroldo, re d’Inghilterra».

Il sole tramonta sulla disfatta di Tostig, che cade sulla collina di Stamford Bridge; Harald Hardråde viene visto cadere, trafitto in gola da una freccia dalla punta d’oro che segna la sua fine e quella dell’era Vichinga.
Ma con la morte dello Spietato, Aroldo vinse la battaglia ma perse il regno e la vita: con le stanche truppe decimate dal feroce scontro, un mese dopo dovette correre ad Hastings per affrontare le truppe franco-normanne di Guglielmo il Bastardo sbarcate dalla Normandia: ne uscì – letteralmente – a pezzi e “il Bastardo” divenne “il Conquistatore”.


La morte di Harald Hardråde (partic. da “La battaglia di Stamford Bridge” di Peter Nicolai Arbo)

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