Ricordi di scuola

Sono così vecchio che il mio bisnonno è nato quando Napoleone Bonaparte era ancora Imperatore di Francia.

Non deve stupire  quindi se quando sono entrato col mio grembiulino a scacchettini bianchi e azzurri nella classe di prima elementare, rigorosamente composta solo da maschietti con i calzoncini corti, vi abbia trovato calamaio con inchiostro nero, carta assorbente e una dotazione di affascinanti pennini dorati.

Il programma di prima elementare, nei primi mesi, consisteva nel “fare le aste”: cioè riempire i quaderni con barre verticali ||||||||||, esercizio evidentemente ritenuto propedeutico ad imparare la scrittura.

Forse prima di Natale mi è stata insegnata la “A” di albero, la “B” di   barca e la “C” di casa: alla fine della prima elementare, comunque, non ero più analfabeta: questo è il magro risultato dopo poco più di un anno di “aste” e di insegnamento della calligrafia:

Ecco i miei compagni di classe:

L’anno dopo riuscivo a leggere il mio primo libro “vero”: una edizione per ragazzi di “Il Principe e il Povero” di Mark Twain, anche se ci capivo solo la metà delle parole.

Le altre materie di studio si possono desumere a questa pagella della terza elementare:

Alle medie una mezza rivoluzione: la nuovissima “Scuola Media Unificata” univa le prime tre classi del Ginnasio, storicamente riservate alle élite culturali ed economiche, con quelle dell’Avviamento Professionale, in cui si incanalavano le classi operaie e meno abbienti. Niente più grembiuli ma classi miste, cambi frequenti di professori (dopo 5 anni con la stessa maestra…). Per tutti, analisi logica, primi rudimenti di latino e i primi brutti voti…

Ma, dopo l’esame di terza media, in quarta Ginnasio del Liceo Classico si tornava all’ancien régime col Greco Antico da tradurre e declamare nella annuale rappresentazione di una tragedia classica.

Posso quindi vantarmi di aver calcato le scene nelle vesti del Corifeo, nelle “Persiane” di Euripide: in effetti, una vera tragedia!

I verbi irregolari greci mi hanno procurato dapprima il voto più basso della mia carriera scolastica in un compito scritto, un bel 2 (su 10), ma con l’aiuto delle ripetizioni di una cugina, e parecchio studio, sono riuscito a chiudere l’anno con la media del 7.

I venti turbinosi del ’68 sfiorarono appena le mura dell’ex-convento in cui era ospitato il Liceo Classico, producendo al più un paio di assemblee studentesche, ma nessuna occupazione da parte degli studenti. In terza liceo, il professore di Italiano, dopo che avevo sostenuto una buona interrogazione (guarda caso, sull’Orlando Furioso) si rivolse alla classe prendendomi ad esempio e dicendo che c’è un momento, dopo anni di studio, in cui l’alunno “sboccia” come un fiore ed è pronto per la maturità; e che era quello il momento in cui l’insegnante si sentiva maggiormente gratificato per il lavoro che aveva svolto. E infatti il temutissimo Esame di Maturità poi filò liscio come l’olio.

Sono queste le poche cose che riesco a ricordare, ormai è passato troppo tempo per i dettagli: non per niente sono così vecchio che il mio bisnonno è nato quando Napoleone Bonaparte era ancora Imperatore di Francia.

Quasi quasi gli somigliavo.

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