Egoismo… altruista


Il Direttore delle Religiose è un librettino in diciottesimo di folio edito in Milano nel 1649.
Lo sto sfogliando – ehm.. non in cerca di precetti morali – ma perchè potrebbe essere un piccolo regalo per la Madre Superiore del Convento di S. Chiara, in occasione della festa della Santa tra pochi giorni.
Più che altro sono incerto se separarmene o meno, quel “Milano, 1649” mi risveglia echi manzoniani e anche se l’argomento non è certo di mio interesse, lo sfoglio cercando un motivo che mi faccia decidere.
Ecco che tra le pagine del minuscolo libretto compare – come per incanto – un altrettanto minuscolo fogliettino, un piccolo e povero santino ottocentesco, con una semplice immaginetta della Trinità e una giaculatoria di Pio VII.
Tanto è bastato a farmi decidere, forse glielo regalo quest’altr’anno, ma per adesso me lo tengo perchè ci voglio fare un post su Tradizione.
La Madre Badessa riceverà dunque un quadretto con una piccola stampa dell’800, e i lettori anche occasionali del Forum di Tradizione riceveranno 200 giorni di indulgenza se reciteranno la giaculatoria che mi affretto a postare di seguito.



Vigilia di San Lorenzo.
Fa caldo. Quest’anno la graticola tocca un po’ a tutti noi.

Chiesa di S. Croce


La Chiesa di Santa Croce di Firenze è una de’ maggiori antichi Sacri Templi che esistano, merita perciò che se ne faccia una regolata ed esatta descrizione, servendo al metodo prefisso di brevità e chiarezza.
Per ben ciò eseguire distingueremo in diversi Paragrafi questo Capitolo, cioè
L’antichità e stato presente della forma del Sacro Tempio,
Le Cappelle ed il Pulpito,
La Sagrestia e la Cappella interna,
La Cappella della Famiglia Nicolini,
I Depositi e loro iscrizioni;
La Cappella Pazzi
La Piazza, e suo circondario

E facendoci dal primo, si vuole che il Serafico Patriarca San Francesco venuto in Firenze l’anno 1212, come riporta l’Ughelli, venisse stabilito un Ospizio per i Religiosi Francescani fuori di Firenze verso Fiesole, e che da esso i Padri passassero in un piccolo Convento, e Chiesa fabbricata nel luogo stesso ove è la presente di Santa Croce.
Questa prima Chiesa, asserisce Lionardo Aretino e Bernardo Davanzatiche era piccola assai e molto lontana dalla magnificenza della nuova;nonostante convien dire che non fosse così piccola, mentre sappiamo che la Repubblica se ne era sempre servita per il luogo delle pubbliche Civiche rappresentanza: è però falsa l’opinione che Carlo Magno la edificasse; e se i Fiorentini azzardarono questa idea, lo fecero per vanagloria e per pompa.
Or da questa forma antica fu deciso dalla Signoria di ridurla ad una fabbrica vasta e grandiosa: al dire dell’Ammirato sappiamo che al tempo del Gonfaloniere Tingo Altoviti, in sua presenza e di tutta la Signoria fu gettata la prima pietra della Chiesa di Santa Croce, essendo il dì 3. Maggio del 1294avendone la direzione il celebre architetto Arnolfo.
Giovanni Villani aveva pure lasciata memoria di questo fatto e le sue parole son queste:
“Nelli anni di Cristo 1294, il dì di Santa Croce di Maggio, si fondò in Firenze la grande e nuova Chiesa de’ Frati Minori detta di Santa Croce”.
Quando fosse terminata questa Chiesa, non si trova; ma è certo che in pochi anni fu finita e si potè ufiziare: la Sacra della medesima seguì però molto dopo, essendochè fu consacrata nel 1442 dal Cardinal Bessarione alla presenza di Papa Eugenio IV con molta solennità.
Quello che in essa più non si vede è il Coro, che esisteva a capo della Chiesa, e per cui memoria evvi ancora nel pavimento un fregio di marmo, similmente si possono notare cinque Cappelle, dipinte dal celebre Giotto, che nelle diverse restaurazioni o si son perdute o son variate.

Atlantide in Romagna


prima leggetevi questo articoletto di Angela Barlotti…


Crustumium L’atlantide romagnola

Della mitica città sommersa nel mare di Cattolica si parla ormai da diversi secoli, ma sembra rimanere per tutti un evanescente miraggio. C’è chi afferma di averla vista e di questo troviamo autorevoli testimonianze sin dai primi secoli dopo il mille, e chi dice senza dubbi che è solo una montatura, una leggenda popolare e tra questi troviamo personaggi altrettanto credibili quali studiosi e archeologi dei nostri tempi.
Rimane il fatto, tremendamente affascinante, che da centinaia di anni, moltissime persone che hanno solcato le acque nei pressi di Cattolica, giurano di aver visto sott’acqua a poche miglia dalla costa, soprattutto con il mare calmo e la bassa marea, resti di mura e di torri. I pescatori e tutta la popolazione della zona sostengono che si tratti di una millenaria città sommersa da un cataclisma. I primi affermano di aver più volte agganciato le loro reti in mastodontici macigni e alcuni sommozzatori si sono trovati davanti ai loro occhi attoniti una intera città sotto l’acqua. Mura possenti, torri, statue e palazzi dagli eleganti colonnati, sembra possedesse la mitica Crustumium. Questo il nome originale dell’ipotetica città sorta vicino all’omonimo fiume da cui prese il nome, oggi conosciuto come Conca. Esistente già nel V secolo perché citata da un autore latino di quell’epoca, l’antica città fu sicuramente distrutta da un cataclisma naturale, molto frequenti a quei tempi. Probabilmente tutta la costa di allora subì un mutamento geologico e s’inabissò. Subì la stessa fine della sua gemella d’oltreoceano, la ancor più mitica Atlantide, ma se di questa rimangono solo racconti leggendari racchiusi nella fantasia di ogni uomo, della sua sorella romagnola testimonianze molto tangibili accerterebbero la sua possibile esistenza. Innanzitutto la vicina zona costiera è conosciuta come terra di abitati romani, lo stesso mare ha frequentemente restituito alla luce diversi reperti oggi custoditi nel pregiato Antiquarium di Cattolica, a sua volta antico vicus romano. Quindi il luogo imputato è fortemente sospetto. In secondo luogo, ma non di minor importanza, ci sono le numerose ed equivalenti testimonianze umane perpetuate da ieri a oggi: tutti quanti, studiosi o semplici curiosi, dicono di aver scorto sott’acqua alla profondità di mezzo braccio, resti di mura e di torri. Da allora si è sparsa la credenza che in quelle acque così vicine alla costa, nei tempi antichi sia sprofondata in mare una città conosciuta comunemente con il nome di Conca. Sulle cause disastrose che la fecero scomparire ai nostri occhi, oltre alla più accreditata ipotesi del terremoto, c’è chi sostiene, traendo spunto da un’altra lontana leggenda orientale e dalle numerose presenze di anguille giunte dalle valli di Comacchio in Adriatico (almeno nel’600), che il cataclisma avvenne per opera dell’uomo, il quale tagliò via un monte per aprire un canale di sbocco per i pesci, e il mare si mangiò tutta la zona. Affascinante realtà o miraggio collettivo, rimane ancora un mistero da scoprire… un mistero che ha veramente dell’incredibile, un mito che si fonde in leggenda e si perde da secoli tra le onde del mare Adriatico, a due passi dalla famosa Riviera della Notte. Può rimanere solo leggenda? Alcuni anni fa, un paio di amici che praticano immersioni, mi hanno raccontato di aver visto nel mare vicino a Cattolica dei resti di un’antica città sommersa, davanti a loro si trovavano torri, mura, colonne, statue e palazzi. Non hanno avuto dubbi e si portano ancora questa coinvolgente esperienza nella memoria. Chissà… un altro miraggio collettivo, frutto della fervente fantasia dei romagnoli?

e ora passiamo dalla “fervente fantasia dei romagnoli” ai fatti.

Fatti e non fantasie perchè noi romagnoli, disponiamo nientepopòdimeno che della mappa che indica con precisione il luogo della mitica “Città di Conca profondata”.
Qui sotto potete ammirare il dettaglio che reca al centro l’indicazione del luogo ove l’Atlandide Romagnola sprofondò in epoche immemorabili.



Naturalmente la mia percentuale sui reperti ritrovati sarà onesta.
Voi, romagnoli e bagnanti della marina Riccionese, muniti di maschera e mappa, tuffatevi alla ricerca della “città profondata”

Vecchia Romagna


Osservando questa vecchia carta della “Romagna olim Flaminia” del Maggini (1598), ho notato alcune località dalla toponomastica a dir poco “particolare”.
Nè mi risulta che tali località siano attualmente individuabili non solo sulle carte stradali moderne ma nemmeno nella memoria storica degli abitanti.



Le località in questione sono Cacazzuolo e Figaruolo, che si collocano rispettivamente tra Faenza e Bagnacavallo e tra Russi e Piangipane.
Ecco un ingrandimento con l’evidenziazione dei simpatici toponimi.



Qualche romagnolo doc potrebbe forse recuperare informazioni al riguardo?

In particolare sarei interessato a Figaruolo.

I Don’t Care Of Less





WHEN IT WANTS, IT WANTS
quanno ce vo’ ce vo’

BUT MAKE ME THE PLEASURE
ma famme ‘r piacere

DON’T EXTEND YOURSELF
nun t’allargà

BUT, FROM WHEN IN HERE?
ma da quanno ‘n qua

THE SOUL OF YOUR BEST DEAD RELATIVES
l’anima de li mejo mortacci tua

THESE DICKS
‘sti cazzi

NOT EVEN TO THE DOGS!
manco a li cani!

WHICH GOD TAXI DRIVER!
che Dio t’assista

BUT WHAT ARE YOU STAY TO MAKE?
ma che te stai a fa’?

BUT WHO MAKES ME MAKES IT
ma chi me lo fa fa’

RIGHT TO BE LIGHT
giusto pe’ èsse chiari

BUT OF WHAT
ma de che

HOW DOES IT THROW?
come te butta?

I AM TIRED DEAD
so’ stanco morto

WHO WIRES YOU!
chi te se fila!

WHO HAS BEEN SEEN, HAS BEEN SEEN
chi s’è visto s’è visto

TODAY IT’S NOT AIR
oggi nun è aria

BY FEAR!
da paura!

GIVE IT TODAY AND GIVE IT TOMORROW
daje oggi e daje domani

PLEASE RE-TAKE YOURSELF
aripìjate!

STAND IN THE BELL, LITTLE BROWN (DARK)
sta ‘n campana, moré

STAY BEEF
stai manzo

I DON’T CARE OF LESS
nun me ne pò fregà de meno

WE ARE AT HORSE
semo a cavallo

THERE ISN’T TRIPE FOR CATS
nun c’è trippa pe’ gatti

I’M SU HUNGRY THAT I DON’T SEE
c’ho ‘na fame che nun ce vedo

ROMAN JUMP IN MOUTH
saltimbocca alla romana

GO TO DIE KILLED
vammorìammazzato

YOU ARE BASTARD INSIDE
sei bastardo dentro

YOU REJUMP ME
m’arimbarzi

IT DOESN’T MAKE A FOLD
nun fa ‘na piega

I OPEN YOU IN TWO LIKE A MUSSELL
t’apro ‘n due come ‘na cozza

SPEAK LIKE YOU EAT
parla come magni

I’VE MY LEGS THAT ARE DOING JAMES JAMES
c’ho le gambe che me fanno giacomo giacomo

GIVE TO THE HEEL, GIVE TO THE TIP
daje de tacco, daje de punta

YOU GOT MUCH COMPLEX THAN THE FIRST MAY CONCERT!
c’hai più complessi tu ch’er concerto der primo maggio!

FROM FIRE
da fogo

COW DAY
vacca dì

YOU ARE OUT LIKE A BALCONY
stai fòri come ‘n barcone

THANKS, LITTLE THANKS AND THANKS TO THE DICK
grazie, graziella e grazie ar cazzo

MAKES US DREAM
facce sogna’

GOOD NIGHT TO THE PLAYERS
buonanotte ai suonatori

LAUGHING AND JOKING
ridendo e scherzando

ONLY THE VIRGIN KNOWS
sa la madonna!

TO A GIVEN HORSE DON’T LOOK IN THE MOUTH
a caval donato non si guarda in bocca

Il Bastone del Diavolo


Sta appeso ad una parete della mia casa, nella sala del camino, un antico bastone intagliato nel legno di bosso.
Una testa di cane vagamente antropomorfa ne costituisce l’impugnatura e sotto di essa compare a bassorilievo un gruppo di persone.
Poi prosegue fino al tallone, seguendo le nodosità del legno.



Questo bastone ha una storia.
Non è una storia edificante o piacevole, anzi.
L’uomo che ha intagliato questo bastone era un sacerdote che nel 1526, con cinquant’anni di integerrimo e devoto servizio ecclesiastico alle spalle, reggeva la parrocchia di un paesino della Romagna, poco distante da dove abito io.
Pur essendo persona tranquilla e del tutto dedita al sacro ministero, due circostanze lo condussero alla triste ed infamante fine che in sintesi vi racconterò.
La prima circostanza è che i suoi parrocchiani, e purtroppo anche i frati inquisitori, credevano ciecamente nell’esistenza di streghe e stregoni, del malocchio e dell’andare in corso, vale a dire montare in groppa al Diavolo, trasformato in caprone e librarsi con lui nel cielo.
La seconda circostanza che lo condusse a tale fine è che invece lui, a tutte queste cose proprio non ci credeva.

Si chiamava don Domenico Tonini ed è stata la prima vittima dell’Inquisizione in Romagna nel XVI secolo.
La sua storia, annotata dal notaro Filippo Callegari, suo compaesano e coinvolto in parte nella brutta avventura, si può trovare inserita tra un rogito e l’altro del registro notarile che si conserva agli atti dell’Archivio di Stato della città di Faenza.

1526 die 15 Junij, veneris

Don Domenico che fu de Tunino de la Serore de Limixano, fu comandato a presentarse a Fenza alo inquisitore de San Francesco per chè suspecto cum la comunità, interrogato a respondere supra de la fede impura desonorata.
Jo Filippo nodaro, e Rosso de Brunoro fussimo citati per quello medesimo di presentarci.

Il giorno successivo a questa “chiamata” i tre convocati – piuttosto preoccupati – si recarono al Convento di San Francesco, sede dell’Inquisizione, per essere interrogati dall’Inquisitore Generale, fra Bernardino da Bertinoro.

Dopo l’interrogatorio, don Domenico fu subito consegnato al braccio secolare e sbattuto in prigione.
Il nodaro Filippo, interrogato non potè che parlar bene del sacerdote e delle sue opere, cercando di scagionarlo da ogni sospetto.

Intando il povero don Domenico, visto che si ostinava ad affermare la verità – cioè di non aver mai volato in groppa a caproni o stregato fanciulli, essendo cose, a suo giudizio, naturalmente impossibili – veniva sottoposto, secondo l’uso del tempo a graduale tortura:
– privazione del cibo e del sonno
– tratti di corda
– cavalletto
– morsa di ferro
– ustioni, ecc.

Naturalmente il povero vecchio finì per confessare, mentendo, tutto ciò che gli inquisitori volevano che confessasse, giungendo perfino ad accusare l’amico notaio Filippo di essergli stato compagno nella corsaria, cioè nel volo aereo in groppa al caprone diabolico.

Il povero notaio fu quindi chiamato a sostenere quello che oggi si chiama un confronto all’americana, davanti all’Inquisitore e al suo misero accusatore.

L’Inquisitore chiese al prete incatenato: – Conoscete vuj questo homo da ben? –
Don Domenico: – Messer sì: lo ser Filippo de Riolo meo compare
Inquisitore: – E’ quello ser Filippo el quale vuj havite confessato che fu vostro compagno in la corsarìa indiavolata?
Don Domenico: –Messer sì
Ser Filippo: – Perché havite vuj dato intendere alo inquisitore che jo fui vostro compagno che non è la verità?
Don Domenico: – Jo l’ho dicto per el malanno che de me dice (=che mi è piovuto addosso e che spiega il mio comportamento)
Inquisitore: – El non è dunque el vero che costui vi fu compagno in corso?
Don Domenico – Messer no.
Inquisitore – Poltrono, manigoldo, homo da niente!

Il povero prete, in un barlume di coscienza, aveva trovato almeno la forza di scagionare il suo vecchio amico.

Don Domenico Tonini venne quindi condannato e gli furono confiscati tutti i beni; l’elenco della confisca lo stese appunto il notaro Filippo, riconosciuto innocente, in un latino piuttosto maccheronico:

unum capizale, tres guanzalos, quatuor linteleos, unam cultram, unam matram a panem, unam palettam, unam cadenam ferri, una manaram, duas mescholas, unam chiotolam, unam gratusiam, unam graticulam, duos fiaschettos, ecc. ecc.

e tra le povere masserizie, troviamo elencati anche

quatuor curtellos aptos ad facendos certos baculos laboratos“,

quattro coltelli adatti all’intaglio di bastoni decorati, l’unico hobby del povero prete, il cui nome, dopo il 1526, non compare più in alcun documento.

Buongiorno Principessa!


La targhetta dice “Ritratto della principessa Borghese”
L’autore è Giovanni Piancastelli, che per molti anni fu il curatore della Galleria Borghese (forse il primo museo “moderno” della storia) alla fine dell’800.
La fisso in quegli occhi chiari per nulla italici e mi chiedo (e vi chiedo): ma chi è e da dove discende questa principessa così aristocratica e così poco “borghese”?