Le differenze di Rothenburg


Ci sono forse cento anni tra queste due foto del paese tedesco di Rothenburg, prese quasi dallo stesso punto.
Quella “moderna” l’ho ingrigita e invecchiata per farla somigliare di più alla cartolina del mio bisnonno.

A prima vista il tempo sembra non essere passato ma poi, a ben guardare, qualche differenza c’è.
L’automobile, invece del carretto, e i turisti, invece degli abitanti, sono le più evidenti.
Lascio agli amanti del classico gioco della Settimana Enigmistica il “trovare le 21 differenze tra le due vignette”; ai saggi e filosofi le considerazioni sul tempo e sull’uomo (le considerazioni sul tempo e sulla donna attengono ad altra diversa parte dello scibile umano).


L’emigrato affamato




«Avevo mangiato un tozzo di pane al mattino e non sapevo dove andare a dormire la sera.
Odo una musica sulla riva del lago.
Sono 40 professori d’orchestra che suonano davanti al grandioso Hótel Beau Rivage. M’appoggio ai cancelli del giardino, scruto fra il verde cupo fogliame degli abeti, intendo l’orecchio e ascolto. La musica mi consola cervello e ventre.
Ma gli intervalli sono terribili, i crampi pungono le mie viscere come punte infuocate. Intanto per i viali del parco vanno le turbe dei gaudenti, s’ ode il fruscio delle sete e il mormorar di lingue che non comprendo.
Mi passa accanto una coppia vecchiarda. Sembrano inglesi.
Vorrei domandar loro “l’argent pour me coucher ce soir”. Ma la parola muore sulle mie labbra. La donna tozza e pelata, rifulge d’oro e di gemme.
Io non ho un soldo, non ho un letto, non ho un pane.»

Strani fenomeni del terremoto di Messina


Tra le vecchie cartoline della collezione del nonno, le più drammatiche sono forse quelle tre o quattro che riportano immagini del terribile terremoto del 1908 che distrusse Messina e Reggio facendo più di ottantamila vittime, di cui sessantamila nella sola Messina.



Nella cartolina che mostra le macerie di Reggio Calabria (qui sotto riportata), si legge questa enigmatica didascalia: “Arrivo dei Bersaglieri – Strani fenomeni del terremoto”



Di quali strani fenomeni si tratta? Dalla foto non si riesce a dedurre alcunchè di strano ma certamente deve essere accaduto qualcosa di abbastanza strano da meritarsi quella didascalia.

Potrebbe essersi tratto di “triboluminescenza”, fenomeno abbastanza comune nei terremoti intensi che – per la frizione tra minerali dovuta ai movimenti tellurici – causa emissione di luminescenza.]
– a proposito dei terremoto che il 1° gennaio 1693 colpì la Sicilia Orientale e la città di Catania in particolare, i cronisti dell’epoca scrissero che coloro che ebbero la fortuna di sopravvivere al terribile sisma videro “u celu russu e luci strane” (“un fattu stranu ” tramandato anche da generazione in generazione con i racconti attorno “a conca co’ Iuci che í nanni cuntavanu a figghi e niputi ” )

– a Palermo invece a seguito dei terremoto dell’1 settembre 1726, furono osservate “due colonne di fuoco” che rimasero visibili anche quando si immersero in mare.

– ancora a Palermo “… ad ore diecinnove e tre quatri” dei 6 novembre 1730 “vi fu in Palermo una scossa di terremoto, sentita dalla maggior parte de’ cittadini, ma senza alcun danno. Dicono che vi fusse stato pure a 2 del presente ad ora una e mezza di notte, e che le sere precedenti, alla parte di ponente, verso Aiondello, fu veduto come un trave di fuoco, altra volta 10, che vennero ad unirsi in uno “.

– e sempre nel capoluogo regionale siciliano in occasione del terremoto del 20 febbraio 1743 alle ore 23 fu vista una fiamma alzarsi in zona Monreale, attraversare la città e con un sibilo tuffarsi in mare.

– al terremoto del 16 febbraio 1783 di Messina e Reggio Calabria sono invece addebitati i fenomeni luminosi e le fiamme anche uscenti dal mare osservate da numerosi testimoni.

– mentre a quello terribile della Valle dei Belice del 18 gennaio 1968 si imputò l’emissione di gas sulfureo, fiammelle e luci notturne da piccoli vulcanetti affiorati dagli squarci della superficie terrestre.

Makeru ga, katta


Uno degli aspetti più affascinanti della cultura dei giapponesi, per me, è la loro ammirazione per i perdenti.
Nella cultura occidentale, gli eroi sono sempre vincenti (oltre che giovani e belli) e quando subiscono sconfitte, rimangono eroi malgrado la sconfitta; i Giapponesi invece spesso costruiscono l’epopea di un eroe proprio grazie alla sua sconfitta.
La storia di Minamoto no Yoshitsune ne è un tipico esempio: le sue brillanti vittorie militari non contribuirono alla sua fama di eroe nazionale quanto i lunghi mesi vissuti come fuggiasco, inseguito dal crudele fratello, e culminati nel rituale seppuku.

“Resta in silenzio e accetta la sconfitta
che ti assegnano voci volgari…
In un luogo di pietra
Taci ed esulta,
Ché di tutte le cose
Questa è la più difficile”
(William Butler Yeats)

o per dirla con Franco Califano, “Se riesci a sorridere alla sconfitta, è una vittoria sulla sconfitta”



Samurai dallo sguardo enigmatico mi fissano dall’antico vaso che una altrettanto antica prozia portò da un viaggio in Oriente.
Quando le cose non vanno per il verso giusto, mi faccio giapponese anch’io: accetto la sconfitta ed esulto, ché di tutte le cose questa è la più difficile.

Il Destino di un Alchimista, ovvero Raimondo Lullo e l'”Ars



“Un gentiluomo dell’isola di Maiorca, che si chiamava Raimondo Lullo, discendente da un casato aristocratico, ricco e antico, per la sua nobiltà, il suo valore e le sue virtù fu chiamato negli anni della gioventù a far parte del governo di quell’isola.
Mentre ricopriva questo incarico, si innamorò ardentemente di una bella dama. La servì a lungo e molto bene.
Essa, dopo aver rifiutato la sua corte finché poté, gli dette infine un appuntamento, a cui né lui né lei mancarono, ed ella vi comparve più bella che mai e meglio abbigliata del solito.
Mentre egli pensava già di essere sulla soglia del paradiso, essa si scoprì il seno tutto ricoperto da una dozzina d’impiastri e poi, togliendoli l’uno dopo l’altro e gettandoli irosamente per terra, gli mostrò un cancro spaventoso e, con le lacrime agli occhi, gli mostrò le sue miserie ed i suoi mali, e gli parlò, e gli chiese se trovava ancora in lei motivo di tanta passione.
E continuò a parlargli in maniera così lacrimevole che egli, vinto da compassione per la malattia di questa bella dama, la lasciò e, dopo essersi raccomandato a Dio per la sua salute, si ritirò dal proprio incarico e si fece eremita.
Ora, essendo di ritorno dalla terra santa, dove aveva preso i voti, andò a studiare a Parigi sotto la guida di Arnaldo da Villanova, saggio filosofo.
Dopo aver seguito il suo corso di studi, si recò in Inghilterra, dove il Re lo ricevette con magnifica ospitalità per la fama del suo grande sapere, ed egli trasmutó diversi pezzi d’oro e d’argento in pezzi di rame, ferro e stagno, poiché disprezzava il comune e volgare modo di operare la trasmutazione, da ferro e piombo a oro; infatti sapeva che molti ai suoi tempi sapevano fare questa trasmutazione altrettanto bene quanto lui stesso, che sapeva fare l’una e l’altra cosa, e volle fare ciò che gli altri non sapevano fare”.


Così Pierre de Brantòme racconta, alla fine del ‘500, la vita di Raimondo Lullo, alchimista.
Il finale insolito, con la trasmutazione al contrario e la romantica gotica storia della bella dama, ebbe una grande fortuna letteraria, insieme alla leggenda per cui sarebbe vissuto ben oltre i termini di una vita umana, sia pure lunga; questo supplemento di vita, caratteristica comune ad altre figure leggendarie dell’Occidente medievale, dava modo fra l’altro di spiegare la sua eccezionale prolificità di scrittore: alle quasi trecento opere riconosciute oggi come autentiche, si aggiungevano circa un centinaio di scritti d’alchimia.
Certo trasformare oro in piombo può non sembrare una grande impresa; ma una trasmutazione di certo più importante gli è ben riuscita: trasformare un testo di alchimia in un’opera d’arte, grazie alla mano abile di un miniatore del ‘400, Gerolamo da Cremona.


Ms. B.R. 52 Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, “III Raim. LULII Opera Chemica 27” miniata da Gerolamo da Cremona nel 1474.

Non può piovere per sempre…


È il 30 marzo 1993, a Wilmington, Nord Carolina. Brandon si prepara a girare l’ultima parte delle scene con armi da fuoco. Dopo, mancheranno solo otto giorni a terminare il film che costituisce il suo “lancio” come divo di Hollywood.
Brandon parla a sua madre sul telefono.
Dopo averle detto che è contento che stanno per finire le scene con le armi, termina la conversazione con le parole “love you momzos” (ti amo mammina) e si dirige al set.
Poco dopo mezzanotte – i primi minuti del 31 marzo – inizia il conto alla rovescia per la vita di Brandon.
Si gira la scena nella quale Eric Draven cammina verso la sua amata Shelly, che i teppisti stanno uccidendo e stuprando.
Dopo molte prove si decide di girare la scena sul serio.
Ognuno è a posto.
Michael Massee (FunBoy) ha in mano la pistola con cui deve sparare a Brandon (Eric Draven) appena entra nella stanza.
Il regista Alex Proyas chiama “azione”.
Brandon entra, Michael Massee tira il grilletto, Brandon precipita a terra e Alex Proyas grida “taglia!”.
Ognuno si rilassa e comincia a lasciare il set, ma Brandon resta a terra.
Famoso per i suoi scherzi, si pensa che Brandon stia prolungando la finzione alla sua solita maniera comica e allegra.
Subito però è chiaro che questo non è uno scherzo ed è appena accaduta una tragedia.
Colpito da proiettili “veri”, Brandon Lee muore dissanguato all’ospedale dodici ore dopo.
Il film “Il Corvo” verrà completato con controfigure ed effetti digitali.

Ma le donne son sempre più belle




Trovo nella scatola delle vecchie cose della nonna questo libretto pubblicitario degli anni ’20.
Gli Anni Ruggenti del Charleston e del Grande Gatsby.
E’ una piccola galleria di foto di artisti del cinema, ancora muto.

Attori – allora famosi – ma di cui oggi si è perso anche il ricordo insieme alla decomposizione dell’acetato delle loro pellicole.





ma anche qualche nome che è rimasto nella storia del cinema



Non so, ma gli uomini mi sembrano pagare di più l’inesorabile scorrere del tempo.
Quell’Adolph Menjou dal baffo più triste di D’Alema e anche lo stesso Fairbanks, uno Zorro un po’ troppo buffo in una foto che forse non gli fa giustizia.

Ma Gloria Swanson sembra ancora ricca di classe e ironica leggerezza e Pola Negri assai più fascinosa di Megan Gale.



Die schlesischen Weber


Im düstern Auge keine Träne
Sie sitzen am Webstuhl und fletschen die Zähne:
Deutschland, wir weben dein Leichentuch,
Wir weben hinein den dreifachen Fluch –
Wir weben, wir weben!

Ein Fluch dem Gotte, zu dem wir gebeten
In Winterskälte und Hungersnöten;
Wir haben vergebens gehofft und geharrt –
Er hat uns geäfft, gefoppt und genarrt –
Wir weben, wir weben!

Ein Fluch dem König, dem König der Reichen,
Den unser Elend nicht konnte erweichen
Der den letzten Groschen von uns erpreßt
Und uns wie Hunde erschiessen läßt –
Wir weben, wir weben!

Ein Fluch dem falschen Vaterlande,
Wo nur gedeihen Schmach und Schande,
Wo jede Blume früh geknickt,
Wo Fäulnis und Moder den Wurm erquickt –
Wir weben, wir weben!

Das Schiffchen fliegt, der Webstuhl kracht,
Wir weben emsig Tag und Nacht –
Altdeutschland, wir weben dein Leichentuch,
Wir weben hinein den dreifachen Fluch,
Wir weben, wir weben!
(Heinrich Heine, 1844)

Dieses Gedicht entstand infolge des Weberaufstands von 1844.Heine wollte das tragische Schicksal der ausgebeuteten Weber aufzeigen. In jener Zeit stand Heine in engem Kontakt mit K. Marx und F. Engels. Ihre Ideen beeinflußten seine Lyrik, die einen sozial engagierten Charakter zeigt. Dieses Gedicht wurde sofort als Flugblatt gedrückt und in ausländischen Zeitungen veröffentlicht. In Deutschland war es aber polizeilich verboten.



I Tessitori della Slesia

Non han ne gli sbarrati occhi una lacrima,
Ma digrignano i denti e a’ telai stanno.
Tessiam, Germania, il tuo lenzuolo funebre,
E tre maledizion l’ordito fanno –
Tessiam, tessiam, tessiamo!

Maledetto il buon Dio! Noi lo pregammo
Ne le misere fami, a i freddi inverni:
Lo pregammo, e sperammo, ed aspettammo:
Egli, il buon Dio, ci saziò di scherni.
Tessiam, tessiam, tessiamo!

E maledetto il re! de i gentiluomini,
De i ricchi il re, che viscere non ha:
Ei ci ha spremuto infin l’ultimo picciolo,
Or come cani mitragliar ci fa.
Tessiam, tessiam, tessiamo!

Maledetta la patria, ove alta solo
Cresce l’infamia e l’abominazione!
Ove ogni gentil fiore è pesto al suolo,
E i vermi ingrassa la corruzione.
Tessiam, tessiam, tessiamo!

Vola la spola ed il telaio scricchiola,
Noi tessiamo affannosi e notte e dì:
Tessiam, vecchia Germania, il lenzuol funebre
Tuo, che di tre maledizion s’ordì.
Tessiam, tessiam, tessiamo!
(Trad. Giosuè Carducci)

Questa poesia nacque in seguito alla rivolta dei tessitori nel 1844. Heine voleva far conoscere la tragica condizione di sfruttamento dei tessitori. In quel periodo Heine era in stretto contatto con K. Marx e F. Engels. Le loro idee influenzarono la sua lirica, caratterizzata dall’impegno sociale. Questa poesia fu subito stampata come volantino e pubblicata in giornali stranieri. In Germania era vietata dalla polizia.

da Wege zur deutschen Literatur – neu, 2 volumi,
di Luisa Martinelli Stelzer, Bulgarini-Innocenti, Firenze 2001


Cara, ti voglio un googol di bene


– Cara, ti amo
– Ma quanto mi ami?
– Tanto, tantissimo
– Ma quanto esattamente?
– Un googol…


Nel 1938, il matematico americano Edward Kasner (1878-1955) chiese al suo nipotino di nove anni, Milton Sirotta:
– come lo chiameresti tu un numero fatto da un 1 seguito da cento zeri?
– Googol – rispose il nipotino e la proposta fu accettata dalla comunità matematica.

Il googol quindi è 10 elevato alla centesima potenza.
In alternativa lo si può indicare come 10 duotrigintillioni (un duotrigintillione è 10 alla novantanovesima potenza) oppure un sexdecilliardo; è anche stato proposto il nome di triacontatrillione.
In ogni caso è questo:

10.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.
000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.00
0.000.000.000.000



Chi si ricorda i fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni potrebbe pensare che possa indicare la misura delle ricchezze del vecchio papero, ma in realtà è un numero talmente grande da essere superiore al numero di particelle subatomiche presenti nell’universo.

E’ per questo che con un gioco di parole (googol e google si pronunciano allo stesso modo) è stato battezzato il motore di ricerca più amato dai naviganti.


Quindi alla fatidica domanda, “quanto mi ami?” non rispondete con un numeretto qualsiasi, dite googol.
(sexdecilliardo è equivalente ma potrebbe essere preso per una proposta oscena)