Criptozoologia epifanica


In occasione della corrente Festività, mi pregio di offrire alle gentili befane del Forum uno Strumento indispensabile all’indagine criptozoologica ed al contempo un sollazzevole Presente per passare lietamente le ultime ore festive.
Si tratta del Bestiario Universale dell’Eminente Professor Revillod.


Il Bestiario Universale del Professor Morillod è un simpatico libretto edito da Logos e acquistabile per la modica somma di 14€.
E’ costruito con pagine ritagliate verticalmente, in modo da riuscire a comporre 4096 diversi animali, mescolando le immagini di 16 animali reali; le altre 4080 risultanze sono quindi ad appannaggio della criptozoologia fantastica, come il mitico “ciprifante”, frutto della mescolanza tra pesce ed elefante:

Come si potrà evincere dal Bando qui sotto riportato, l’utilizzo del Bestiario Universale potrà consentire di giocare a chi trova per primo Specie Ignote e Interessantissime come il CARONTE e il fetido CACCA:

Non mi resta che mettere il link allo strumento che vi consentirà la suddetta maravigliosa caccia; e se nella calzetta avete trovato solo carbone, consolatevi con il…

Bestiario Universale dell’Eminente Professor Revillod

Love Story


Roberto Browning aveva 32 anni, era autore di parecchi volumi di versi, di valore ineguale, ma a volte profondo, sublime, superiore ai più grandi.
Tornato dall’Italia, la sua seconda patria, legge su Atheneum una calorosa difesa della sua opera poetica, da parte di Elisabetta Barrett.
Ne resta affascinato e chiede il permesso a miss Barrett di ringraziarla personalmente.
Lei accetta a malincuore l’incontro col famoso poeta, “preferisco la poesia ai successi ch’essa procura”.
Si incontrarono il 20 maggio 1845.
Roberto era bello, alto, forte, aveva una voce sonora e uno sguardo fascinatore.




Elisabetta era tutta occhi e capelli e aveva quasi quarant’anni.



In breve: quella sera stessa il poeta le dichiara il suo amore.
Lei lo respinge, lo supplica di non parlargli più con tanta esaltazione, e gli offre la sua amicizia.
La debole costituzione fisica di lei peggiora e i medici le consigliano di svernare in Italia; ma il padre rifiuta il suo assenso, affermando che l’inverno inglese è facilmente superabile alimentandosi con buone bistecche.
Restare sarebbe morire: disperando dell’avvenire, Elisabetta acconsente a promettersi a Roberto e una mattina di settembre i due amanti si sposano di nascosto secondo il rito anglicano: una settimana dopo, eccoli fuggiti a Parigi, poi ad Avignone.
Alla fonte di Valchiusa – le “chiare, fresche et dolci acque” del Petrarca – Roberto prende fra le sue braccia Elisabetta e, sceso nell’acqua, l’asside fra le rocce della sorgente.
Infine arrivano in Italia, a Pisa; i monumenti candidi sull’erba, il sole tenero, “i tordi e il vino di Chianti” e l’amore… tutto è nuovo, tutto è bello.
Una sera, mentre lui guarda dalla finestra, la mano di Elisabetta fa cadere un fascicolo nella tasca della sua vestaglia.
Erano i “Sonetti dal Portoghese”, i più bei sonetti che siano mai stati scritti dopo quelli di Shakespeare (che non erano nemmeno sonetti, in effetti).
Pensati per lui, per lui solo, furono pubblicati con quello strano titolo, quasi a negarne l’intima verità.
Si amarono fino alla fine.
Gli ultimi istanti, nell’inverno del 1861 a Firenze, in Casa Guidi, furono per lei una specie di estasi: sostenuta fra le braccia del marito, guardandolo con aria beata, con un sorriso “simile a quello di una vergine” ella trovò ancora le parole per esprimergli “meglio che non avesse fatto mai” tutto l’amore che gli portava.
– Come state? – le chiese.
– E’ bello! – fu la risposta. E fu la sua ultima parola.

Fu sepolta a Firenze, in quel divino “Cimitero degli Inglesi” pieno di cipressi neri che si alzano al cielo per guardare l’altura di Fiesole.
Non troverete alcun epitaffio sulla sua tomba; nemmeno il nome: solo le iniziali e la data (“E.B.B. ob. 1861”).
L’epigrafe posta a Casa Guidi fu dettata da Nicolò Tommaseo e recita:

QUI SCRISSE E MORI’
ELISABETTA BARRETT BROWNING
CHE IN CUORE DI DONNA CONCILIAVA
SCIENZA DI DOTTO E SPIRITO DI POETA
E FECE DEL SUO VERSO AUREO ANELLO
FRA ITALIA E INGHILTERRA
PONE QUESTA LAPIDE
FIRENZE GRATA
1861




Sonnets from the Portuguese

I


I thought once how Theocritus had sung
Of the sweet years, the dear and wished-for years,
Who each one in a gracious hand appears
To bear a gift for mortals, old or young:

And, as I mused it in his antique tongue,
I saw, in gradual vision through my tears,
The sweet, sad years, the melancholy years,
Those of my own life, who by turns had flung

A shadow across me. Straightway I was ‘ware,
So weeping, how a mystic Shape did move
Behind me, and drew me backward by the hair;

And a voice said in mastery, while I strove, —
‘Guess now who holds thee?’ — ‘Death,’ I said. But, there,
The silver answer rang, — ‘Not Death, but Love.’

Dream a little dream of me


Dream a little dream of me

Stars shining bright above you;
Night breezes seem to whisper ‘I love you’.
Birds singing in the sycamore tree.
Dream a little dream of me.

Le stelle splendono lucenti su di te
il vento della notte sembra sussurrare: “ti amo”
Gli uccelli cantano sul platano:
“Sogna un piccolo sogno su di me”


La cosa più difficile è trovare una decente traduzione italiana di un titolo così semplice ed evocativo: “sogna un piccolo sogno su di me” è letterale ma non così musicale come l’originale.
Infatti, Paolo Dossena, nella versione italiana della canzone di Andre, Schwandt e Kahn, tanto per stare dalla parte del sicuro, lo traduce in “la nostalgia di te”; che con l’accento da francesina di Sylvie Vartan può anche andare, ma è effettivamente una traduzione un po’ troppo libera.
Su questa bella canzone, che ha compiuto più di ottant’anni, molto ben portati, soprattutto grazie alle cover di cantanti di primo piano (a parte uno), ho costruito un piccolo cinequiz, accoppiando alle cover della canzone alcune famose scene oniriche cinematografiche.

Quattordici diversi cantanti cantano le stesse otto battute di “Dream a little dream of me” mentre scorrono quattordici sequenze di famosi film.
Dovete indovinare i quattordici film e i quattordici cantanti, se ne avete la pazienza, mettendoli in fila dal 1930 al 2010.
In alternativa, se non siete esperti cinefili, potete limitarvi a indicare quello che per voi è il miglior sogno filmato – sono certo che poi qualcuno provvederà a psicanalizzarvi – e quella che è la migliore cover di “Dream a little dream of me”.
Per individuare la peggiore farete assai meno fatica visto che una la canto proprio io, e si sente…

Il mistero del bipede implume


Viviamo in un mondo dove il mistero è in agguato, anche nelle più stupide occorrenze della vita.
Orbene, ieri pomeriggio, mentre aggiungevo un ciocco al fuoco del camino, una vampa dispettosa mi ha accarezzato i radi peluzzi che spuntano dalle falangi della mano destra.
Niente di grave, non ho nemmeno sentito caldo: però, immediatamente, ho sentito un fetido puzzo come quello che si sentiva una volta quando le donne di casa passavano il pollo sulla fiamma per bruciarne le ultime piume.
Altri tempi, quando le galline avevano le piume invece di nascere già arrostite in rosticceria e i cotechini dovevano cuocere quattro ore invece che un quarto d’ora nel microonde.
Comunque, visto che non c’erano polli in giro, ho presto scoperto che il pollo ero io: erano i miei peluzzi bruciati che avevano prodotto il fetido odore.
Mentre mi lavavo le mani più e più volte per liberarmene, riflettevo su quanto avesse ragione Diogene il Cinico a prendere in giro l’idea platonica che l’uomo fosse l’unico essere bipede senza piume.
Come è noto, il filosofo di Sinope spennò un pollo e lo mostrò al popolo ateniese dicendo che quello era l’uomo di Platone.
Se avesse fatto la “prova del fuoco”, quella che fortuitamente è capitata a me, avrebbe dimostrato che il pelo del suo pollo bruciato puzzava più o meno quanto quello dell’uomo, a maggior scorno del del grande filosofo ateniese.
Ma sto divagando, vengo al mistero promesso.
Volendo esporre quanto mi era successo sono andato alla ricerca di una immagine di Diogene per “condire” un post invero un po’ leggerino ed ecco qui il Diogene che nel 1525 incise Jacopo Caraglio su disegno del Parmigianino:


Come vedete, non manca la lanterna e nemmeno il pollo spennato che sarebbe servito perfettamente a illustrare la mia piccola disgrazia domestica.
Ma la mia attenzione è stata attirata dall’illustrazione del libro che il bastone impugnato da Diogene sembra indicare imperiosamente:

Sembra presa di peso dal “De Divina Proportione” di Fra Luca Pacioli, le cui illustrazioni si ascrivono a Leonardo da Vinci.
Ora, una leggenda medioevale che confonde Diogene di Sinope (quello del pollo) con il fisico Diogene di Apollonia e con un terzo Diogene, alchimista, faceva sì che nel rinascimento Diogene fosse associato ad Ermete Trismegisto insieme a Pitagora e Platone; e un patito dell’alchimia come il Parmigianino (“stillando cercava l’archimia dell’oro et non si accorgeva lo stolto, ch’aveva l’archimia nel far le figure“, scrive il Vasari) doveva ben esserne a conoscenza.
Quindi quell’illustrazione probabilmente sottende una qualche misteriosa simbologia esoterica
Ma il vero mistero arriva adesso.
Cercando una riproduzione un po’ più ricca di pixel, per cavarne un ingrandimento decente, ecco che mi imbatto in un’altra xilografia tratta dal disegno del Parmigianino, conservata al museo di Cleveland e datata 1524-1527.

Essa reca incisa l’iscrizione “FRANCISCVS / PARMEN· / PER·UGO CARP” che ci rende edotti che in questo caso l’incisore è un altro, Ugo da Carpi.
Ma la cosa più strana è che nel libro indicato da Diogene col suo nodoso bastone è scomparsa la esoterica illustrazione per lasciare spazio a una banale e indistinta figura circondata da una pagina di testo.

Questa misteriosa censura artistica aggiunta alla presenza di ingredienti così appetitosi come Pacioli, Leonardo, il Parmigianino e i suoi simboli alchemici, potrà forse servire di spunto ai cultori degli Illuminati, del priorato di Sion e dell’iniziazione alchemica del Mazzola per qualche ragionamento adeguato alla materia.
Io mi accontento, per ora, di aver evitato per un pelo – è il caso di dirlo – una fastidiosa bruciatura.

Rosso di alba


Dalla mia finestra, l’alba di questa prima mattina del 2012 offriva un panorama dominato dal rosso, dietro i rami spogli della quercia e della pauwlovnia.



Fosse un tramonto serale, direi “rosso di sera, buon tempo si spera”; ma è l’alba: e l’unica rima che mi è venuta è “Rosso di alba, annata scialba”.
La rima non lascia molta scelta: “Rosso di alba, cresce la vitalba”? e chi se ne frega?
“Rosso di alba, annata balba”? potrebbe anche andare a parte l’arcaismo; ma fra un’annata balbettante e una scialba non è poi che ci sia tutta questa differenza.
Quindi, scialba.
Qualcuno penserà che si tratta di un auspicio poco beneaugurante; e il dubbio è venuto anche a me, ma l’ho scacciato subito, con questa riflessione: con tutta la crisi, le manovre, i tagli e gli spread e la fine del mondo Maya che ci incombono, un’annata scialba sarebbe grasso che cola.
Come dire, invece dell’Apocalisse, una normale noiosa annata senza troppi casini, scialba appunto.
Per questo, con Photoshop, ho caricato un po’ di più il rosso dello scatto mattutino, evvai con lo scialbo…

E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?


Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

(Giacomo Leopardi, “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”, Operette Morali, 1832)

Sono curiosità che non vengono a tutti: però sapere come fossero gli almanacchi che il passeggere di Leopardi andava acquistando potrebbe interessare non solo chi apprezza poesia e prosa del poeta di Recanati, ma anche chi fosse curioso di una vecchia “novità”, qual può essere appunto un ammuffito almanacco.
Anche per chi si ferma all’Infinito di Leopardi (o lo declina in “leopardare”) potrà essere interessante qualche contenuto di questi vecchi almanacchi, veri bestseller dei Capodanni ottocenteschi.
Perché, guarda caso, me ne ritrovo uno di epoca quasi leopardiana (è del 1847) e provvedo a sfogliarlo e a mostrarne qualche pagina, riciclandolo a celebrazione dell’anno nuovo.





E scoprire che in quasi due secoli, il mondo non è poi tanto cambiato.
C’erano già i problemi della globalizzazione e della competitività a livello europeo e conseguente disoccupazione…





E pure l’Alta Velocità era all’ordine del giorno…





Non c’erano i problemi di oggi, fra questura e organizzatori, per sapere quanta gente sta in una piazza, tutto era intabellato con l’infallibile sigillo papale…





Anche senza il telescopio spaziale Hubble, si registravano clamorose scoperte astronomiche e nuovi pianeti si affacciavano all’orizzonte…





Non c’era – è vero – il problema del riscaldamento globale, ma al contrario, a causa di un inverno estremamente rigido, si dovettero aprire in Torino dei “pubblici scaldatoi”.





Le tasse? ahimé, anche allora crescevano di brutto…





e la cronaca, l’equivalente esatto dell’attuale TG1, con o senza Minzolini, non si occupava d’altro che del Papa e dei preti; per lo meno allora era più giustificata visto che Pio IX oltre che Papa era anche Re.





Vabbé, la morale sarebbe che, da almeno duecento anni, qui non cambia mai niente: e pure la vita è una cosa bella, vero? e quest’anno che viene sarà certamente più felice d’ogni altro passato?
Per me, certo che sì: per lo meno risparmio soldi con gli almanacchi; con quello del 1847 ci faccio il 2012 e forse anche il 2013, se la crisi persiste…

Mo’ vene Natale

Mo’ vene Natale, nun tengo denare
me leggio ‘o giurnale e me vado ‘a cucca’

(Renato Carosone, “Mo’ vene natale“, 1955)

Verrà il Natale quest’anno? o se lo porta via la crisi?
Mi ricordo ancora i discorsi che facevano i “grandi” in qualche Natale, all’inizio degli anni ’60.
-Quest’anno pochi regali, c’è la “congiuntura”…
– Speriamo che passi presto questa “congiuntura”, o addio Natale…

I bimbi tremavano: non di freddo, naturalmente, ma di paura per questa terribile “congiuntura” che si portava via Babbo Natale e i suoi regali.
Ma il Natale c’è ancora e noi che abbiamo superato pure la temibile “congiuntura” non ci facciamo certo spaventare dalla crisi: e, anche quest’anno, si fa il presepe, aereo, etereo e sospeso fra terra e cielo come il Castello Incantato di Howl…



Non è proprio tradizionale, niente muschio, niente fondale con le notti d’oriente della Palestina.
Sotto c’è il fuoco (dell’inferno?) e sopra un cielo dorato da stelle alla Van Gogh: ma sempre presepe è.



Vabbè, anche per quest’anno il post natalizio e zuccheroso l’ho pur fatto…
E se viene la crisi?
Se viene la crisi… nun tengo denare, me leggio ‘o giurnale e me vado ‘a cucca’…

Cronache del ’28

Senza paura di essere ascritto alla schiera dei lamentosi laudatores temporis acti, vado a dimostrare come e qualmente si stesse molto meglio ottant’anni fa, nel 1928, quando erano bambini i nostri nonni.
Una documentazione inattaccabile, costituita da testi e foto tratti dalla “Domenica del Corriere” di cui conservo appunto – grazie al nonno – l’annata 1928 (e qualche altra…).
Allora, per esempio, c’era un Presidente del Consiglio che non nascondeva l’incipiente calvizie con artificiali trapianti (anche se non disdegnava interessarsi di squadre di calcio…)


Fra i Sindacati tutti regnava la più profonda e pacifica armonia; avevano perfino in comune il fornitore dei distintivi:

La globalizzazione? esisteva anche allora ma non era un problema nostro: era invece un problema dei cinesi!

Gli Americani erano un popolo pacifico (a parte qualche piccola eccezione…)

e il problema della benzina era stato brillantemente risolto, sostituendola con prodotti nazionali di facile reperimento: con 171 lire si facevano cento chilometri.

Ma soprattutto, nel 1928, era stato risolto il problema più pressante e vitale per la condizione femminile: la lotta al pelo superfluo.

Il prodotto scientifico del dott. Barbieri, a base di radio, distruggeva definitivamente i peli superflui; sfortunatamente insieme ai peli crepavano anche le gentili fanciulle che si esponevano alle letali radiazioni: ma non si può avere tutto dalla vita, no?

La Duchessa De Morny


L’ho intravista oggi in giardino, splendida come sempre.
Ma sentite un po’ che storia.
Sophie Sergueïevna Troubetzkoï divenne Duchessa de Morny sposando – indovinate un po’ – il Duca de Morny, il 7 gennaio del 1857.
Costui, Charles Auguste Louis Joseph de Morny era nato a Parigi nel 1811 ed era figlio illegittimo dell’allora Regina d’Olanda Ortensia Beauharnais e del generale Charles de Flahaut.
Ortensia, moglie di un fratello di Napoleone Bonaparte e madre del futuro Napoleone III, era appunto la figlia di Giuseppina Beauharnais, prima moglie di Napoleone.
Per restare in pieno gossip, va detto che Charles de Flahaut era figlio di una amante di Talleyrand, Adelaide, anch’essa frutto illegittimo di uno svago sessuale di Luigi XV.
Con questi presupposti genetici, è evidente che il Duca de Morny non sia stato uomo di casti e morigerati costumi.
Viveur, tueur, ayant toute la frivolité conciliable avec l’assassinat, aucune conscience, une élégance irréprochable, infame et aimable, au besoin parfaitement duc : tel était ce malfaiteur“, così lo descrive Victor Hugo e mi sembra Scalfari che parla di Berlusconi.
Sfruttando il fatto di essere il fratellastro di Napoleone III e amante della ricchissima contessa belga Fanny LeHon, diventò immensamente ricco speculando in borsa (un vero insider trader) e nel commercio di opere d’arte, vino e cavalli.
Ambasciatore in Russia presso lo Zar Alessandro II al tempo della guerra di Crimea, incontrò Sophie e con grande scorno di Fanny LeHon se la sposò in gran segreto.
Ecco una antica fotografia della nostra Sophie Troubetzkoï, Duchessa de Morny:



Ma non v’inganni l’abito morigerato e l’atteggiamento che traspira modestia e pudicizia: anche su Sophie giravano voci assai poco edificanti.
Sua madre, la principessa Sergei Troubetzkoï, era l’amante dello Zar Nicola I e pare che Sophie fosse una figlia illegittima dello Zar.
Tant’è che la sua dote la fornirono proprio i Romanov.

Ma ecco qua la mia “Duchessa de Morny”, una antica peonia che rallegra il mio Aprile, dei mesi il più crudele.



Ne ho anche un’altra, più giovane, che ha l’aria immensamente più cinese a ricordo delle antichissime origini di questo fiore.
E’ bella anche lei, ma volete mettere con una Duchessa de Morny?

Nelle mie corde


Nelle mie corde

Il souvenir è forse la maggior disgrazia dei viaggi: si fanno i salti mortali per stiparli nel bagaglio e poi si finisce per impestare la casa di sfere di cristallo che fanno nevicare sul Colosseo, statuette fosforescenti della madunina o di Padre Pio, improbabili marche di sigarette e di liquore.
Oppure, avendo a disposizione più quattrini, tappeti etno, pelli di coccodrillo, pouf di pelle, maschere, statue e ricche ceramiche che vanno comunque a prendere polvere negli angoli di casa, trasformandola in un disordinato bazaar di cianfrusaglie.
Tuttavia non ci si può esimere dal tornare a casa da un viaggio senza il “ricordino”: anche se brutto è un po’ come quella vecchia stupida canzonetta che ci riporta alla mente buone vibrazioni di attimi favolosamente felici.
Io ho trovato che il miglior rapporto prezzo/prestazione per i souvenir ce l’hanno gli strumenti musicali: quelli veri, non quelli finti per i turisti.
In generale sono oggetti costruiti con cura, decisamente belli e funzionali e non costosissimi perché sono produzione locale non specificatamente indirizzata ai turisti.
Quando possibile, sono andato sugli strumenti a corda: un po’ perché suono la chitarra e un po’ perché quanto a buone vibrazioni sono il massimo.
E poi sono belli, anche nei particolari…