
Una tela incompleta, molto rovinata, piena di cadute di colore e di righe di piegatura: il collezionista – mio padre – la comprò dalla vedova di Antonio Montevecchi, un pittore faentino morto a soli 42 anni nel 1950, coetaneo e amico di Franco Gentilini con cui condivideva, alla fine degli anni ’20, gli studi d’arte a Faenza e la frequentazione del pittore Giovanni Romagnoli, titolare della cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna,
La vedova di Montevecchi ha raccontato a mio padre che il marito era stato presente a una scena in cui Franco Gentilini, mentre lavorava a completare questo autoritratto, insoddisfatto della riuscita, con uno scatto d’ira lo aveva strappato dalla tela, appallottolato e gettato nel cestino. Il Montevecchi, che aveva assistito alla scena, lo aveva raccolto e aveva chiesto all’amico se poteva conservarselo, cosa che gli era stata concessa senza problemi. Montevecchi avrebbe poi sempre conservato quel pezzo di tela in ricordo dell’amico partito poco dopo per altri e più fortunati lidi artistici a Parigi e a Roma.
Una leggenda tramandata oralmente, che Montevecchi raccontò alla moglie che la raccontò a mio padre che la raccontò a me che racconto qui quello che mio padre al mercato comprò.
Un quadro mal riuscito, rovinato e rinnegato dall’autore: ma se può vantare una storia interessante – o almeno originale e curiosa – val bene una messa (sulla parete dei ritratti) magari un po’ in alto, così da lontano non si vedono tanto i difetti…
